SONO TORNATA IN ANGOLA
di Nannetta del Vivo
Da: Diana, 30 Aprile 1972, n. 8
Sognavo quei luoghi sconfinati e selvaggi, quella vita brada, quella caccia emozionante sempre varia ed imprevista. Pensai allora all’Angola
Una pazza voglia d’Africa aveva preso da un pezzo a rodermi dentro come un tarlo. Sognavo quei luoghi sconfinati e selvaggi, quella vita brada, quella caccia emozionante sempre varia e imprevista. Mi misi a rileggere libri famosi di famosi autori, altri ne scovai che non conoscevo: pensavo così di… sfamarmi ma ben presto mi accorsi che stavo semplicemente prendendo un aperitivo di quelli che servono egregiamente a far venire appetito.
Ormai non c’era più niente da fare! Tornarci. Pensai prima di tutto a come trovarmi un compagno. Non era facile. E’ sempre difficile avere un compagno affiatato col quale trovarsi bene a caccia, non parliamo poi per l’Africa; e mi accorsi che, rimuginando questa idea, vedevo come sbiadire il mio sogno e perdere di attrattiva.
Andarci sola dunque? Godermi in assoluta libertà quella caccia? Era l’ideale! D’altra parte anche certe mie esigenze venatorie basate più sulla scelta di alcuni trofei che sulla quantità mi indirizzavano verso questa soluzione.
Ma se difficile era trovare il compagno ideale, non meno era per me andarci sola… E dove andare? Mi avrebbe attirato scoprire nuove regioni, ma l’idea dell’imprevisto e forse di trovarmi a disagio in terre e tra gente sconosciuta mi lasciava titubante… Pensai allora all’Angola.
Là avrei trovato un paese estremamente ospitale e molti cari e vecchi amici che mi avrebbero accolta con schietta cordialità. D’altra parte l’Angola rappresentava ancora per me una regione di rilevante interesse venatorio per quei trofei che non mi fu possibile conseguirvi due anni orsono, e mi riferisco in particolare al Situtunga, al Kudu, ma soprattutto al magnifico Orix che, di quella bellissima e particolare sotto specie, solo in Angola era reperibile. Ed anche un secondo leopardo sarebbe stato gradito! Basta.
La decisione era presa e non ebbi a pentirmi. Fu semplice combinare tutto: bastò una semplice lettera all’amico Hernani Espinha proprietario della compagnia « Angola Safaris » (P.O. Box 322 Sà Da Bandeira, Angola P.W.A.). Me ne partii sola con la fedele « scoppietta » (la mia impareggiabile Weatherby 300) e molto entusiasmo in cuore.
Il viaggio fu movimentato da qualche contrattempo ma anche da qualche gustosa scenetta. Il timore di trovarmi in difficoltà a viaggiare sola con diversi cambiamenti di aereo e con un bagaglio assai complesso si dimostrò del tutto infondato.
Ovunque trovai persone gentilissime che si fecero in quattro per aiutarmi, e non so se questo fosse dovuto ad un vistoso V.I.P. che avevo sul mio biglietto generosamente concesso dall’agenzia di viaggio, o piuttosto al fatto che una nembrotta, sola, in abito da caccia, con armi e bagagli faceva piuttosto colpo e suscitava una certa curiosità.
Il peggio mi attendeva all’arrivo a Sà Da Bandeira dove un improvviso quanto sgradito cambiamento di programma mi sbatacchiò brutalmente su di una Land Rower alla quale pesavano gli acciacchi di una lunga onerosa carriera, la quale, secondo i dettami di Espinha, avrebbe dovuto portarmi, ma non mi ci portò, verso il campo di caccia nella zona desertica di Moçamedes: 250 chilometri di pista infame fuori dal mondo.
Fu un percorso massacrante in piena notte – che mise a dura prova i miei nervi e il mio fisico. Miei angeli tutelari: un massiccio omone di non so quale paese che parlava un portoghese serrato e incomprensibile e che guidava sudando e sbuffando come se fosse lui a spingere la vecchia carcassa poiché, in fin dei conti, era tutt’altro che caldo; e un povero negro spaurito, stracciato, sporco e maleodorante che sedeva dietro su un ammasso di casse, bidoni, trabiccoli e bagagli tra i quali purtroppo anche il mio, e che, nonostante la distanza e il vento contrario, arrivava a gratificarmi dei suoi endemici effluvi.
Ben presto gli acciacchi della vegliarda non tardarono a manifestarsi in tutta la loro tragica realtà; restammo « impannati » più volte con la poco allegra prospettiva di passare la notte all’addiaccio e forse anche il giorno seguente…
Ma un Santo di quelli buoni, e ne avevo scomodati parecchi, mi venne in aiuto e ci fece incontrare, presso un casolare sperduto nella foresta, una provvidenziale, miracolosa Land Rower nuova fiammante che ci fu generosamente offerta dal suo proprietario, santo anche lui (e che il Signore lo tenga in giusta considerazione!), in sostituzione della nostra ormai all’ultima fiata.
Rasserenati, filammo veloci e sicuri come i cavalli che sentono la biada vicina. L’omone non sudava più!
Nel cono di luce dei fari cominciammo a vedere molti animali di mano a mano che ci avvicinavamo alla mèta. Numerosissime quelle piccole lepri veloci e zigzaganti tipiche del deserto; moltissimi uccelli tra cui molte ottarde minori e medie: alcune finirono purtroppo, insieme alle lepri, sotto le nostre ruote o vennero a sbattere nel tetto della vettura.
Il brillare come diamanti degli occhi o la linea elegante di antilopi e gazzelle alcune delle quali sfrecciavano veloci tagliandoci la strada.
La sagoma chiara e sinuosa di un magnifico leopardo… Poi i luoghi amati che già conoscevo…, i ricordi… e a questo punto i fulmini e le buggere che avevo accumulato dentro erano ormai del tutto sbollite. Era la tanto sognata, affascinante Africa!
Trovai quel campo totalmente trasformato. Non più tende ma dei comodi, spaziosi « bungalows » in muratura con luce elettrica, doccia, acqua corrente con scaldabagno a gas. Una meraviglia in pieno deserto!
La porta di uno dei bungalows si aprì cigolando e apparve la faccia assonnata ma sempre così schiettamente cordiale ed amica di Hernani. E fu gradita sorpresa trovarci anche sua moglie Maria Helena con i bellissimi ragazzi.
C’era un solo cliente amico di Espinha: l’ingegnere Jose Gonzalez Garcia, spagnolo. Grosso industriale della gomma, esperto di filatelia e noto collezionista. Uomo molto colto, simpaticissimo, cordiale, sempre pronto alla « boutade » e alla schietta risata.
Un fissato della macchina da presa era continuamente occupato a prendere… in giro tutto e tutti con la sua inseparabile Canon. Non amava la caccia per la caccia, ma era molto interessato a raccogliere trofei per creare in Spagna un museo di cimeli africani.
Di ogni specie animale desiderava il maschio e la femmina per cui godeva di una speciale licenza e poiché non amava nemmeno sparare si affidava per questo a… mani più sicure e fino ad allora Hernani lo aveva servito egregiamente.
Poi divenni io la mattatrice di turno e fu una vera carneficina molto in antitesi con i miei intendimenti e con il mio programma che, in quella zona, prevedeva, per così dire, due sole cartucce: una per l’orix ed una per il leopardo. Ma per l’orix ce ne vollero due!
Spesse volte andavamo a caccia insieme: Hernani, Maria Helena, Gonzalez ed io. Era una caccia in famiglia, simpatica e divertente oltre ogni dire, come in famiglia furono i giorni trascorsi in quel campo e li ricordo e ricorderò tra i più belli. Il primo giorno che uscimmo trovammo subito alcuni orix ai quali non prestammo troppa attenzione poiché non possedevano i requisiti richiesti ma mi entusiasmarono e mi fecero ben sperare.
Due anni avanti, in otto giorni di accanita, disperata, assillante ricerca non eravamo riusciti ad avvistarne che… le tracce. Nei giorni seguenti ne scorgemmo altri inavvicinabili e alla fine ne abbattemmo due dopo un memorabile, stupendo inseguimento degno di un discorso a parte.
Debbo dire che a due anni di distanza ho trovato la fauna da caccia in quella zona assai in aumento, almeno per alcune specie come appunto gli orix.
Ma anche i kudu introvabili allora li abbiamo quest’anno incontrati più volte in gruppi formati di diverse femmine e qualche maschio giovane. Pure le zebre erano senz’altro in aumento nelle due specie di Burkel e di Hartman e ne abbattemmo una bellissima.
E non si può dire che tale aumento di selvaggina fosse da imputarsi ad una differente epoca, per cui gli animali potevano essere più raggruppati o più sparsi a causa della maggiore o minore siccità, in quanto il mio safari si svolgeva nello stesso identico periodo di due anni orsono.
Semmai debbo dire che ho trovato un po’ diminuiti gli springbucks, ma numerosissimi come sempre i leopardi dei quali ritengo che questa debba essere indubbiamente una delle zone più ricche di tutta l’Africa.
Fu facile abbatterne due, uno da me durante un suggestivo quanto emozionante appostamento notturno. L’altro lo avvistammo per caso in pieno giorno nell’atto di abbattere uno springbuck e fu davvero un caso non comune.
Lo uccise Hernani per il sig. Gonzalez. Girovagando nei posti più aspri e selvaggi trovammo molte tracce di rinoceronti, che del resto sapevamo essere assai numerosi, e decidemmo perciò di dedicargli una mattinata, purtroppo l’ultima.
Lo cercammo con quella minuzia e quell’impegno che è possibile immaginare, trovammo tracce freschissime, ancora calde, ma non avemmo la fortuna di incontrare un così fotogenico e bizzarro personaggio che chissà dove si era andato a ficcare. Peccato!
Il mio safari in quell’immenso deserto era così terminato. Belle indimenticabili giornate dense di emozioni e grandi soddisfazioni. Hernani è un grande cacciatore d’istinto e intelligenza non comune. Con lui la caccia è sempre tesa al massimo, vibrante, col cuore in bocca come una corsa sul filo dei trecento…
Il solito Chesna venne a prelevarmi, leggero e traballante in quel cielo troppo grande e troppo ventoso per lui così piccolo, e dopo una breve sosta a Sà Da Bandeira per rifornimenti mi depose, un po’ stordita per la copiosa sballottata, sul rio Cubango. Il campo di caccia, molto vasto, è situato in bellissima posizione sulla riva sinistra di quel grande fiume con a lato il suo bravo campo d’aviazione privato.
Un momento di riposo al campo di caccia realizzato nella zona desertica di Moçamedes
Ero sola. Hernani era dovuto restare a Sà Da Bandeira per ragioni d’ufficio. Non c’erano altri clienti. Ad attendermi il caro e bravissimo Fortunato con sua moglie.
Anche stavolta Espinha aveva pensato a me ed in sua assenza aveva voluto affidarmi ad una così abile e sicura guida, degno allievo di cotanto maestro e suo fedelissimo braccio destro, infaticabile, scrupoloso, preciso, e che del cacciatore possiede tutti i più alti requisiti. E, come vedremo, fui davvero… fortunata con Fortunato, nonostante il fatto che si cacciava in terreno libero essendo la celebre concessione di Mucusso ancora interdetta.
A completare lo staf avevo poi un tracciatore e scuoiatore famoso come Caipura, che univa l’abilità, l’istinto, l’esperienza di cacciatore nato, e oserei dire anche il fiuto da vero segugio, ad una intelligenza veramente fuori dal comune.
Non è da meravigliarsi perciò se il mio safari si concluse in brevissimo tempo con il conseguimento di tutti i trofei desiderati, e se incontravo molti più animali che non gli altri clienti che nei giorni successivi mi raggiunsero in quel campo di caccia.
E nemmeno posso garantire che questa zona del Cubango sia più popolata di ogni sorta di selvaggina della vicina area sul rio Cuito dove cacciai due anni orsono, come mi verrebbe fatto di pensare se non mi sorgesse il dubbio che ben altro manico avevo qui alla guida.
Ne ebbi immediata prova alla mia prima uscita.
Avevamo lasciato il campo alle sei e tre quarti circa. Alle otto avevamo già avvistato ed avvicinato uno steinbok, tre reedbuck ed un gruppo di roan, uno di kudu e uno di sassaby. Tra questi qualche buon trofeo ma non come desideravo, perciò furono risparmiati. Poco dopo incontrai altri due gruppi di roan con due maschi bellissimi che inseguimmo a lungo ma che perdemmo nel folto.
Poi i soliti gnù con la loro aria ottusa e goffa e alle dieci abbattei un buon sassaby a grande distanza, un bel trofeo ma soprattutto una buona carne per rifornire il campo.
Come sempre succede, nel pomeriggio facemmo meno incontri e ci dedicammo ad incendiare le alte erbe invadenti della savana che erano per noi di ostacolo e che impedivano la crescita di nuovi fertili pascoli per i selvatici.
Rientrammo a notte neri come carbonai con la sensazione di aver bruciato mezza Africa ma anche di aver fatto un utile lavoro. Infatti vi tornammo dopo appena tre giorni: il bruciato era quasi sparito sotto la distesa verde-tenero di una fresca erbetta. Miracoloso! Il fiume era popolato da numerosi coccodrilli che vedevamo spesso distesi al solicchio.
E c’erano anche un paio di famiglie di ippopotami cicciuti e rumorosi. Qualche volta la notte li sentivo borbottare con quella voce di basso profondo o addirittura li sentivo sfrascare e pesticciare proprio dietro la mia tenda, e mi tenevano compagnia mentre mi grogiolavo sotto le mie quattro coperte.
Cacciammo sempre senza troppo allontanarsi dal campo in varie direzioni poiché sono sempre stata dell’avviso che la caccia si fa… dietro l’uscio di casa! E così fu.
In otto giorni il mio safari era terminato con il conseguimento di tutti i trofei in programma e qualcuno di più. E tutti ottimi: alcuni andranno sul Rowland Ward, altri al limite di esso. Il più duro a conseguire fu il kudu, che nonostante in quei giorni ne trovassi diversi non erano come avrei voluto.
Quello buono lo trovai soltanto l’ultimo giorno e questo particolare mi fece pensare al grande Hemingway.
Era in un folto talmente spesso che non vidi il compagno che gli era accosto se non nell’attimo stesso della sua fuga provocata dallo sparo e che, nonostante ciò, ebbi modo di giudicare assai superiore a quello da me abbattuto che tuttavia portava un trofeo di tutto rispetto. Ironia della sorte!
Ma la più grande soddisfazione, la gioia più intensa, l’ebbi dal situtunga, rara difficile antilope tanto desiderata da tutti!
Rara non tanto per numero di capi essendo presente in quasi tutta l’Africa equatoriale, quanto per la difficoltà di scoprirla sempre tuffata nei folti canneti o addirittura nell’acqua delle paludi dove vive. Timidissima, si immerge immobile al minimo rumore lasciando appena affiorare le narici. Bisogna arrampicarsi sugli alberi per scoprirla ed è ugualmente preda difficile.
Ci vogliono occhi buoni e, se si è fortunati, il tiro è quasi sempre problematico (vedi il precedente articolo da me pubblicato su « Diana » n. 12 del 30 giugno 1971). In considerazione quindi di tutto ciò e memore delle lunghe accanite quanto infruttuose ricerche di due anni orsono, misi il situtunga subito in programma al mio secondo giorno di caccia.
*
Piuttosto distante dal campo verso nord-est il rio Cuejo, affluente di sinistra del Cubango, si spande in una vasta palude lunga qualche chilometro ed assai profonda in larghezza. Mi ci recai di buon mattino e la esplorammo in lungo e largo, minuziosamente.
Caipura e Fortunato si arrampicarono spesso sugli alberi più alti come se io, poveri illusi, avessi potuto fare altrettanto nel caso di una fortunata scoperta. Si avvistarono solo quattro femmine e un piccolo maschio, lontanissimi.
Molto numerosi i soliti lechwe rossi, e niente più. D’altra parte è anche da dire che la palude era talmente folta di erbe e canneggiole altissime da offrire ben poche probabilità di successo, per cui decidemmo di incendiare un altro po’ d’Africa per creare qualche zona più aperta e perché pare che il situtunga sia ghiotto dell’erba bruciata. Vi passammo quasi l’intera giornata, e fu cosa saggia!
Ci ritornammo tre giorni dopo. Cominciava appena a sorgere il sole, tingendo di caldi colori i brevi spiazzi di acqua scoperta.
Attaccammo la nostra minuziosa ricerca con metodo appena all’inizio della palude. Sembrava si cercasse un ago in un pagliaio!
Il fuoco aveva fatto un buon lavoro creando qualche strappo dove però avvistammo i soliti lechwe ma nemmeno l’ombra dei situtunga. Anche quelle femmine che avevamo visto tre giorni avanti erano sparite.
Le aveva scacciate il fuoco? Non nascondo che questo pensiero cominciava a tormentarmi. Stanchi e demoralizzati eravamo così giunti quasi al termine della palude. Erano le 9,30, ormai troppo tardi per sperare ancora.
Il sole picchiava forte creando un accecante brillio nell’acqua. Lontano, a circa 300 metri, un lechwe con uno splendido trofeo pascolava tranquillo. Fortunato mi consigliò di sparare poiché non c’era più speranza per il situtunga. Lo abbattei con un colpo preciso al cuore.
Fu piuttosto lungo recuperarlo. I due tracciatori negri dovettero traversare il rio immergendosi fino al petto. Poi le fotografie, quindi il taglio del trofeo, la spellatura… perdemmo del tempo. Alla fine caricammo tutto e riprendemmo il nostro cammino senza speranza verso l’ultima punta della palude.
Si andava col motore al minimo al bordo della boscaglia che la fiancheggiava, spesso fermandoci a scrutare ancora, spesso internandoci un poco per sfruttare qualche breve rialzo di terreno o qualche albero più alto che ci permetteva una vista migliore. Erano ormai quasi le 2 ed eravamo a fine della palude.
Un piccolo dosso di terra tra gli alberi era davanti a noi; lo salimmo e ci arrestammo alla sua sommità, 3-4 metri appena.
Salimmo sul cofano della macchina per un ultimo sguardo: niente, desolatamente niente!
Rassegnati, ci riaccucciammo nei nostri posti e scendemmo dall’altra parte col muso verso la palude. Non avevamo fatto che pochi metri e stavamo per uscire allo scoperto verso un praticello ai bordi del rio quando… un tramenio confuso dietro a me… e davanti a me, parato, a non più di 10 metri, un animale stupendo incredibilmente bello!
Aveva la testa ancora rivolta verso la foresta dove certamente aveva pascolato. Gli eravamo addosso e lì rimanemmo inchiodati, stupefatti come lui. Fu un attimo! Si rigirò verso l’acqua con un balzo furioso e partì come un fulmine, ventre a terra.
Ebbi appena il tempo di afferrare la mia Weatherby, caricare il percussore e lasciargli andare un colpo, così, d’imbracciatura. Cadde rovesciato in avanti a non più di quaranta metri, sul bordo del rio.
La Land Rover, alla quale pesavano gli acciacchi di una lunga onerosa carriera, rimase in « panne » più volte
Trovai il campo totalmente trasformato: non più tende ma dei comodi, spaziosi « bungalows » in muratura con luce elettrica, doccia, acqua corrente con scaldabagno a gas. Una meraviglia in pieno deserto!
Ricaricai in fretta. Sembrava morto, ma si rialzò barcollante. Lo assicurai con un secondo colpo e cadde. Mi precipitai. Giaceva disteso sul fianco dal lato del colpo, le narici sfioravano l’acqua del rio, quel suo elemento che solo avrebbe potuto salvarlo.
Aveva ancora tra i denti una tenera foglia verde. Poco più in alto, sul muso, due eleganti macchie bianche disposte a V, ed altra macchia aveva al disopra dell’occhio che potevo vedere e che era rimasto aperto e acquoso brillava al sole.
La forma della testa, sottile e raccolta, sembrava esplodere nel superbo trofeo che saliva su a spirali ed eleganti simmetriche volute, tutto zigrinato e di un colore grigio-bruno così armonico con quello più caldo e rossiccio del folto e lungo pelame ancora scomposto dall’ansia della fuga. Notavo il piede veloce con il caratteristico zoccolo diviso ed allungato per una adatta presa sulle canne palustri.
Lo guardavo estasiata e mi sentivo assente, come se sognassi. E quel trofeo così magicamente prorompente, così incredibile, così lontano dalla mia realtà! Il situtunga! Fui scossa da un diluvio di abbracci e di pacche che piovvero sulle mie spalle come grandine.
E non voglio dire quello che avvenne dopo, molto tempo dopo, in Italia: i gesti, gli appellativi e i commenti degli amici cacciatori… Un vero colpo di fortuna e un vero record con i suoi 28 pollici e mezzo che, a quanto mi fu detto, rappresenta il massimo raggiunto in Angola e lo pone largamente sul Rowland Ward.
MUCUSSO
Col cuore in pezzi, stavo già preparandomi alla partenza, quando giunse la tanto attesa notizia della riapertura delle celebre concessione di Mucusso, una riservetta sui tre milioni e passa di ettari tutta ed esclusivamente ad uso dell’Angola Safaris!
Fu il terremoto! Non si parlò d’altro e non si fece altro che progettare e preparare il grande trasferimento. E tanto si fece che io fui dimenticata. Nessuno veniva a prendermi col piccolo aereo. Al campo la radio trasmittente si era guastata ed io non potevo comunicare con nessuno né far avvertire a casa del mio ritardo, che si protrasse per ben nove giorni.
A casa ormai mi piangevano per morta, divorata naturalmente dal ferocissimo leone! Ci misero di mezzo anche la polizia internazionale la quale, naturalmente, non mi trovò e così loro, i famigli, si presero un bel patema, ed io mi snocciolai qualche giorno di più in quel paradiso.
*
Al momento di andare in macchina ricevo una lettera di Espinha e una di Fortunato ambedue dello stesso tenore.
Sembra che, per varie difficoltà di ordine pratico o logistico (non dimentichiamo che siamo in Africa), poterono arrivare a Mucusso solo in ottobre (dalla fine di agosto) per svolgervi solo gli ultimi safari di grande successo.
E sembra che Mucusso sia sempre all’altezza della fama che la rese famosa. « … vi incontrai (così mi scrive Hernani) specialmente in alcune zone, tanti tantissimi animali. Gruppi di 400-500 bufali, moltissime zebre, sables bellissimi, roans, giraffe, rinoceronti, elefanti e molti, moltissimi leoni… ».
Per la prossima stagione venatoria, secondo i programmi prestabiliti, verrà costruito un campo-base stabile in quella zona come vi era anticamente, mentre Espinha dispone già di un proprio aereo Cesna ultimo modello con un abilissimo pilota ad esclusivo uso dei propri clienti.
Sono veramente lieta di poter terminare queste mie note con l’offrire agli amici lettori di « Diana » la primizia di una così ghiotta notizia; se a qualcuno la cosa interessa, si affretti. Le belle notizie dilagano in un baleno e per la prossima stagione saranno certamente molti i clienti per l’Angola Safaris.
Nannetta Del Vivo